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Differenze educative in base all’età: le fasce 0-3 e 4-7 anni

Avendo due bambine piccole che hanno una differenza di età esigua (solo 15 mesi) ero molto curiosa di capire se esistessero differenze educative sostanziali rispetto all’età. Per fortuna ho potuto intervistare le pedagogiste Rossini – Urso che mi hanno chiarito questo dilemma. Abbiamo parlato di molti argomenti e se volete ascoltare tutta l’intervista, cliccate PLAY in fondo all’articolo 😉

Mestiere Mamma intervista le pedagogiste Rossini – Urso

Infatti “positività” è senz’altro un’altra parola chiave dell’educazione. Vorrei farle una domanda più precisa per quanto riguarda le fasce d’età. Ovvio che sia nell’infanzia che nell’età adulta si spera sempre che ci sia una solida base affettiva ed emotiva. Dato per scontato un primo blocco di affettività, quali potrebbero essere dei punti fermi a livello sia educativo che emotivo per aiutare i nostri figli a crescere, soprattutto nelle fasce d’età 0-3 anni e 4-7 anni? Io ho constatato proprio con le mie figlie questa diversità di relazionarsi con gli adulti, dato che una è nella prima fascia ovvero ha appena compiuto 3 anni mentre l’altra è entrata della seconda fascia, infatti ha 4 e mezzo. Noto una chiara differenza tra loro in alcune cose, come se ci fosse uno scatto ben definito tra queste due fasce d’età. La seconda, ad esempio, si rapporta con la mamma quasi come se fosse alla pari. Sembra evidente che ci si debba comportare in modo diverso. Mi sa dare dei punti di riferimento al riguardo?

In realtà è quasi più complessa la fase 0-3 perché il bambino affronta notevoli cambiamenti durante questi anni, quasi da un semestre all’altro. La comunicazione affettiva inizia da subito, da quando sono neonati. La cosa fondamentale è la comunicazione verbale.

Certo, anche quella non verbale è molto importante, come il contatto fisico del neonato con i genitori, ma la parola non va penalizzata perché è una comunicazione altrettanto fondamentale. Non bisogna relegare la parola solo ad una comunicazione funzionale, cioè dire al bambino cosa deve fare e cosa non deve fare.

Si parla quindi poco di emozioni. Anche se per un adulto può essere difficile esprimere le emozioni a parole, in realtà è una cosa fondamentale per la crescita del bambino, che così imparerà a costruire la sua autostima, a comunicare con gli altri e a difendersi. Saper dire ad alta voce come ci si sente, cosa piace e cosa non piace è una cosa di fondamentale importanza.

Fino a 6 mesi il bambino è totalmente dipendente dalla mamma e dal papà, non riesce nemmeno a stare seduto da solo. Quindi anche nell’osservare il mondo che lo circonda dipende dagli adulti.

Quindi in questa prima fascia d’età sarà importante anche come manipoliamo il bambino per trasmettergli sensazioni positive di rispetto, amore, cautela e sicurezza. Eppure anche in questa fase è importante raccontare al bambino che cosa facciamo, descrivergli le attività. A questa età il bambino capirà più il tono della voce che le parole, ma trasmettergli quanto gli vogliamo bene anche con la voce è molto importante.

Capiscono questo ovviamente dal fatto che ci prendiamo cura di loro ma sentirselo dire dona loro delle conferme del bisogno primario del sentirsi amati, tanto importante come mangiare e dormire. In questo modo, crescendo, impareranno a dire ti voglio bene a loro volta.

Già dopo i sei mesi il rapporto del bambino con l’adulto cambia perché ora riesce a stare seduto da solo, lo vede per intero, riesce a rispondere alle espressioni facciali.

Poi, intorno ai 2-3 anni, interviene la parola anche per i bambini, sebbene in modo graduale. Da qui in poi inizia il grande equivoco perché quando arriveranno a parlare bene, intorno ai 4 anni circa, vorrebbero avere già una comunicazione alla pari con gli adulti. Questo li gratifica molto ma si tratta di una capacità prettamente tecnica in quanto non conoscono il significato profondo che c’è dietro alle parole che pronunciano, anche se le usano bene e sanno articolare bene le frasi.

Quindi noi genitori andiamo un po’ in confusione perché abbiamo la sensazione che capiscano tutto, quindi spieghiamo loro le cose ma quando vediamo che non non ubbidiscono ci chiediamo come mai e attribuiamo loro una malizia che in realtà non c’è.

In realtà il bambino capisce le parole ma il significato profondo lo deve sperimentare. Se comunichiamo loro un divieto è chiaro che a livello cognitivo lo comprendono però cosa vuole dire nella pratica, come autoregolarsi e interiorizzare quel divieto, è un’altra cosa. Per arrivare a comprenderlo fino in fondo deve farlo con l’esperienza. Questo è un po’ l’inganno.

Il bambino riuscirà a mettere in relazione la parola in sé con il suo significato profondo indicativamente intorno ai 7 anni, dove avviene un altro importante scatto di crescita e il loro modo di ragionare assomiglia sempre di più al nostro. Fino a quel momento il bambino ha un pensiero “magico” e la sua comunicazione risente di questa cosa. Quindi un bambino intorno ai 4 anni potrebbe impuntarsi perché crede che quello che lui ha nella sua testa sia vero. Non ha la consapevolezza di chiedersi se ci sono delle condizioni affinché si realizzi quella determinata cosa o capire che la mamma potrebbe non capire cosa sta pensando. Per lui il solo fatto di pensare ad una cosa la rende vera, quindi a volte sono i bambini ad arrabbiarsi con noi perché non li capiamo.

Quindi nella comunicazione bisogna stare attenti a questa asimmetria, data non solo dalla differenza dei due ruoli ma anche perché abbiamo modi di ragionare e vedere il mondo completamente diversi. Il bambino a quest’età comprende bene il linguaggio simbolico come le fiabe e capiscono meno bene le spiegazioni logiche e razionali.

Se ad esempio gli si dice loro che devono andare a dormire perché sennò non si riposano a sufficienza non lo comprenderanno. Se invece gli si dice che quando il sole va a nanna va a nanna anche il bambino lo capiscono molto meglio. Bisogna tenere conto di questa differenza e adeguarci, senza portarci al loro stesso livello perché mantenere un certo grado di asimmetria da sicurezza ai bambini.

Mettiamoci però un po’ nei loro panni, ad esempio quando litigano con gli altri bimbi magari intervenire un po’ meno perché non conosciamo sempre la dinamica. Il bambino deve acquisire la capacità di saper affrontare un conflitto.

Quindi anche se vediamo un graduale incremento delle loro capacità, ricordiamoci sempre che sono bambini e che, sebbene abbiano una certa capacità di empatia,non sono capaci di mettersi nei panni degli altri almeno fino ai 10-11 anni. Ci vuole quindi pazienza nello spiegare le cose in una maniera comprensibile per loro. Quanto più il nostro linguaggio sarà colorito, fiabesco e simbolico, tanto più loro saranno in grado di capirlo.


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MestiereMamma intervista Rossini-Urso

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